lettera ad un’amica
Cara Simona,
rivederti e ritrovarti in questi giorni, è stato veramente piacevole.
Ci eravamo lasciate molti anni fa. A farci incontrare era stata la fotografia vista in una modalità che forse oggi, posso dire, poco ci apparteneva, ma tutto contribuisce a creare esperienza e consapevolezza. Negli anni ti ho seguita nelle tue evoluzioni e nei tuoi successi, dalle tue stampe fine art, all’intervista con il Museo MACRO di Roma. Sentivo che avevamo un senso della visione comune, ma la distanza temporale era tanta e chissà se aveva senso ricontattarti, se ti ricordavi di me.
Poi la mia partecipazione alla mostra di Sutri fu galeotta e una mattina il mio telefono squillò, eri proprio te!
Sentivi lo stesso filo che ci univa, grazie per non aver avuto la mia timidezza.
E così, dopo anni di silenzio, i social a farci da testimoni e quella telefonata, è arrivato il tanto ricercato caffè insieme, guarda caso proprio tra il silenzio delle montagne, anche queste un elemento che ci accomuna, dove ti sei spinta nella ricerca di quella pacifica solitudine, necessaria per consentire allo spirito di nutrire l’anima.
E che nutrimenti: fisica quantistica, filosofia Buddista, ricerca fotografica; il tuo entusiasmo è contagioso!
Non c’è stato nessun ghiaccio da rompere, anzi, il nostro dialogo sulla fotografia è ripreso fin da subito più in alto del punto in cui si era fermato tanti anni fa: entrambe siamo cresciute e ci siamo spinte su strade insolite.
Ricordo da sempre la tua attenzione per i dettagli, una ricerca continua verso una sintesi fotografica, quasi estrema, per raccontare la vastità: geometrie, linee di aloe, riccioli di ferro, pietre, crepe, luci. Forse a chi cercava un racconto documentario tutto ciò appariva poco chiaro, eppure te eri certa e sicura nelle tue indagini, come lo eri del bianco/nero e il tempo ti ha dato ragione.
La filosofia si è intrecciata alle tue fotografie, parole e immagini dialogano insieme consentendo all’osservatore di creare una sua visione, di sentire se stesso. Credo sia quanto di più bello ricevere da uno sconosciuto che guarda una tua opera, l’emozione che questa gli veicola nel cuore. È vero non si arriva a tutti, è parte dell’ordine delle cose ma quando invece accade senti le frequenze che si uniscono e le anime che si riconoscono.
Hai messo in pratica il tuo pensiero: “la fotografia non si ferma allo scatto, c’è molto di più: c’è lo sviluppo del negativo o del file RAW, la progettualità, la selezione, la scelta della modalità e del luogo in cui mostrare le foto, il supporto … ”. Il bello è che te hai sempre dato seguito alle tue ricerche. Mi hai raccontato di foto stampate in casa e di piccoli quaderni rilegati da sola: stupendo!
Lavorare per temi specifici penso ti sia stato nel tempo di grande aiuto. Ti è servito sicuramente per concentrarti ed entrare a pieno nella narrazione, per trovare connessioni con il tuo mondo e poterti quindi esprimere al meglio. In queste ricerche non è tanto difficile iniziare, quanto andare avanti e sentire il momento in cui è giusto fermarsi, ma soprattutto quando è necessario il confronto, che hai cercato avidamente, per nutrire il tuo processo creativo.
Oggi sei arrivata, dopo tre anni e mezzo di sperimentazione e lavoro, ad esporre il tuo progetto fotografico “di-vento” alla Biennale di Fotografia di Senigallia 2025, un’occasione importante, in un contesto internazionale, una mostra accompagnata da un prezioso catalogo con testo critico di Augusto Pieroni.
Dopo aver guardato nel piccolo ti sei spinta indietro nel tempo, andando a recuperare le prime tecniche antiche di stampa fotografica, risalenti alla metà dell’800, ti sei chiusa in camera oscura tra passaggi alchemici, dal sapore lento e attento.
C’è stato un momento in cui fotografia e pittura hanno potuto prendere strade separate, entrambe gareggiavano nella ripresa del reale, dei ritratti diresti te. Forse paesaggisti e ritrattisti non erano considerati “artisti” straordinari come li vediamo noi oggi, ma necessari “artigiani del pennello” che impreziosivano case bene e raffiguravano la potenza e l’eleganza delle nobil genti, non a caso lavoravano nelle “botteghe”.
Non c’era posto in quel momento per una visione intima delle cose, era necessario guardare fuori la finestra, come direbbe il buon Leon Battista Alberti.
La fotografia era il mezzo più veloce o più rozzo, per raggiungere il medesimo risultato della pittura, accessibile in tempi successivi, per pochi soldi anche al popolo, grazie a banchi ottici trasportati a spalla da garzoni in cerca di cibo.
Non c’era nulla di artistico, per come lo definiremmo noi oggi.
Ma le visioni cambiano e come l’impronta di una mano su una roccia, che si preparava alla caccia, oggi per noi ha il valore di mille racconti, così quelle tecniche alchemiche di sviluppo acquistano, ai nostri occhi, valori espressivi che toccano corde invisibili. Il video del dietro le quinte che mi hai mostrato, le foto meno ufficiali della mostra, fanno emergere la materia dei tuoi sviluppi. Foto tra loro simili sperimentate su supporti diversi, con tempi e miscele diverse, fanno emergere ogni volta mondi nuovi: la selezione diventa difficile.
Se la fotografia è arte ce lo siamo chiesto anche noi, e per noi la risposta non è difficile.
Dopo tanti anni di fotografia oggi sei approdata nel campo della “fotografia d’arte”, non c’è dubbio. Sei nel campo della sperimentazione delle emozione miste a emulsioni. Sei nel campo di immagini che cambiano senso in funzione del caso alchemico.
La fotografia non è sempre arte, come non sono sempre arte la pittura o la scultura. Non tutto può essere chiamato arte, soprattutto se a questa parola si attribuisce un valore più alto dell’applicazione di una tecnica.
Ci sono emozioni in gioco, sperimentazioni, applicazioni, ricerca, tanta ricerca.
Reportage, Street, Style Life … sono generi fotografici che “possono” toccare livelli artistici, e se non vi arrivano certo non vengono sminuiti, assolutamente, restano nel loro grande valore.
Se meglio posso esprimere il concetto, per me è come aprire un confronto tra “Bresson e Giacomelli”.
Te Simona sei per me nella scuola di Giacomelli, non ho dubbi.
Ora attendo con ansia che questa mostra venga riproposta. Ma non aspetterò questo momento per rivederti, ce lo siamo promesso.
Ti abbraccio.
Silvia
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