il mio nobel per la pace
Questo è un incontro che vorrei fissare nel tempo.
Quello dove mi sono sentita un’adolescente, dove ho corso sotto la pioggia per l’emozione, dove sorridendo per la gioia mi sono accorta di piangere.
Ma iniziamo dal principio.
Era stata una di quelle giornate iniziate presto per impegni familiari. Poi a lavoro, sopralluogo – traffico – studio – parcheggio: praticamente un’impresa titanica in certe fasce orarie romane.
Altro giro altra corsa e dopo pranzo mi ritrovo in zona Acilia, Roma Sud.
Alle 17:34 ero a 33 km dal MAXXI, la talk di Michelangelo Pistoletto sarebbe iniziata alle 18:30, “non ce la farò mai!” … solo un “romano” può capire il profondo divario tra km e tempi di percorrenza!
“Ma dai che ce la fai!” mi incoraggiava il mio collega.
Il navigatore segnava l’arrivo alle 18:20.
Salii in macchina senza troppe aspettative, senza neanche aver ben compreso la strada che mi voleva far fare. Mi ritrovai così sul GRA “ma dove mi fa’ girare questo coso? Va beh assecondiamolo!”.
Ero convinta di veder aumentare il tempo sul navigatore e allontanarsi inesorabilmente l’orario di arrivo (altro fenomeno tipico che si verifica non appena si oltrepassa il limite interno del GRA), invece restava stabile: 18:20. Incredibile!
Combattuta fino all’ultimo svincolo, tra la pigrizia del tornare a casa e il desiderio dell’andare, imboccai senza rendermene conto l’uscita direzione MAXXI.
Il mio Sabotatore si posa sulla spalla e snocciola il suo mantra:
“Dai che ora ci sarà traffico! Figurati, a quest’ora poi …!”
Ma de che! Mi sentivo come in “Una settimana da Dio”: le auto si spostavano al mio sopraggiungere!
Così arrivo puntualissima! 18:20.
“Capirai, con i lavori in corso chissà quando parcheggi!” Mi diceva la candida vocina.
Sbam! Un’auto esce davanti a me e pure su un posto bianco!
Corro, la conferenza inizia in quell’istante, la sala è gremita! Se mi fossi ricordata che iniziava alle 18:00 forse non avrei neanche tentato.
Il telefono è scarico, segna il 2%, si spegne!
Il mio sogno nel cassetto si infrange.
Già, perché avrei voluto incontrarlo per mostrargli una foto, la foto che ho scelto per il mio sito internet.
“Ora non gliela potrai far vedere neanche dal telefono, peccato … avresti dovuto stamparla.” mi diceva S. torturandomi.
Attacco il carica batterie esterno: scarico!
“Non c’è speranza!”
Gli invitati alla Tolk si sono spesi in racconti stupendi; lui fantastico: primo artista candidato al Nobel per la pace! La sua opera “Terzo paradiso” rappresenta un nuovo momento dell’arte contemporanea, incarnando un nuovo simbolo di pace.
Ma non è del valore della sua arte o di lui che voglio scrivere in questo frangente, né del libro della Treccani che racconta la storia del “Terzo paradiso”, presentato in quella serata al MAXXI.
È di tutte queste coincidenze che mi hanno portato a vivere ciò che è arrivato alla fine della conferenza, quando in molti lo hanno accerchiato per gli autografi di rito sul nuovo libro.
S.: “Peccato la libreria oramai sarà chiusa non puoi prenderlo…”
Taaac: banchetto promozionale estemporaneo, prendo il libro.
Intanto mi accorgo che il telefono improvvisamente si illumina: 23% di batteria, ripartito! Miracolo!
Vado sul mio sito, printscreen della foto. Lui però è sommerso di gente.
“Ma dove pensi di andare, guarda che fila!”
Sempre S. ed il suo ottimismo contagioso.
Poi una signora davanti a me (una perfetta sconosciuta) nell’acquistare il libro si gira e mi dice ammiccando: “Io rientro e ci provo a farlo firmare.”
Caspita, ma perché io non posso?
Così rientro e corro verso di lui, si c’è tanta gente, ma molti stanno chiacchierando, la fila per gli autografi in realtà si è diradata.
Lui sembra piccolo e curvo, seduto su una poltroncina della prima fila, sicuramente stanco per la serata e il bagno di folla.
È il mio turno, mi accuccio per farmi sentire tra il vociare della sala.
“Nome?” Mi dice lui con lo sguardo spento, mentre cerca la prima pagina utile per firmare.
“Silvia, io però le vorrei mostrarle una foto …”
Prendo il telefonino (inspiegabilmente riacceso), lui riconosce la sua opera “Sfere di giornali” degli anni ‘60, trasale e sorride, felicemente colpito.
Sono un fiume in piena gli racconto in un’istante una parte della mia vita, il grande valore che per me rappresenta quella foto, cosa per me rappresenta la sua opera.
Mentre parlo i suoi occhi diventano dei cerchietti sbarrati così come la sua bocca.
“Ohhhh!”
Un’esclamazione lo coglie. Ci guardiamo, le lacrime rompono la mia voce.
Sono sommersa dalle emozioni!
Mi silenzio, lui mi guarda, sorride teneramente e dice:
“Un mondo!”
“Si!”
Autografa il libro, ora sorride, è presente, mi guarda ancora con quei suoi occhi scuri così vivi, ci capiamo con lo sguardo, non servono altre parole, è come se tutti gli altri fossero spariti, gli stringo la mano, ossuta e dalla pelle fina, eppure calda e gentile.
Non dimenticherò mai il suo sguardo e l’attenzione che mi ha dedicato.
Ho protetto il libro, stringendolo al petto, mentre correvo e piangevo … sotto la pioggia.
Ecco forse in poche ore ho imparato che devo ascoltare meno Sabotatore, che devo credere di più nei sogni, che non si può perdere l’attimo ma si deve afferrare. Tutto si è incastrato perché potessi realizzare il mio sogno nel cassetto: incontrarlo per potergli mostrare quella foto e raccontargliela.
Lui è portatore di pace non ho dubbi!
