alchimie
Fabio è oramai noto per le sue “donne”, figure delicate ritratte attraverso l’utilizzo di bitume e caffè. Colori caldi che sanno di terra, quella terra da cui è plasmata la donna, in queste opere c’è tanto delle sfaccettature che compongono l’essere femminile.
Il supporto è textur e al contempo chiave di lettura: cartoline scritte con inchiostri antichi, in belle grafie a volte illeggibili, segreti sapientemente sussurrati, segni di timbri postali, francobolli di epoche lontane dai colori pittorici e tenui. Frammenti armonizzati, sopra i quali Fabio dipinge ritratti, o per lo più figure nelle quali ogni donna può ritrovarsi. Quegli scambi antichi diventano i pensieri che ingombrano l’animo femminile, i timbri sono i segni della vita … continui parallelismi collegano il reale all’onirico. Nulla è affidato al caso, tutto è lasciato alle emozioni dell’osservatore.
Tra le cartoline a volte emergono smagliature di mappe, segni che appaiono come vene sulla pelle, le rare immagini visibili delle cartoline sono scorci di montagne. Eccolo il punto di unione.
Queste mappe e queste montagne sono il vicolo che le emozioni di Fabio imboccano, il rifugio dove, dietro il suo grande lavoro di pubblico, trova spazio la sua anima. Il luogo che con questa intervista ho voluto esplorare.
Il mio interesse per la sua arte è concentrato sulle montagne, dove fin dalla prima volta ho rivisto il Monte Fugji, così com’era nel mio immaginario di ragazzina, forse per la classica forma della montagna, forse perché rappresentato nel vuoto quasi fosse sospeso, un po’ come le sue montagne. Nel guardarle mi arriva tanto, ma sono silenziose, sento che hanno bisogno di dire, di svelare la nebbia che le avvolge, chiedo a Fabio di parlare per loro.
S: “Quando hai iniziato a dipingerle e perché, cosa ti ha ispirato?”
Fabio si alza e va a prendere le vecchie pagine sciolte di un libro, sembrano un tesoro tra le sue mani, ci giocherellerà tutto il tempo della nostra chiacchierata.
F: “Nel 2017. La pittura delle montagne e in generale la mia passione per la montagna nasce da questa roba qua (N.d.R. mi mostra le piccole pagine sfuse). Queste sono pagine di un’enciclopedia che avevano i miei. Io da piccolo divoravo le enciclopedie, non le leggevo ma guardavo le figure e disegnavo nelle pagine bianche all’inizio e alla fine. Motivo per cui ho potuto conservare tanti disegni che ho fatto, perché non buttando le enciclopedie sono ramasti là e ad un certo punto mi sono ricordato di questa cosa e sono andato a riprendere le pagine. Riaprendole sono tornato in contatto con queste immagini. Il mio rapporto con la montagna nasce da qua, da pagine come questa: il Monte Rosa, il Cervino, il Gran Sasso. L’Everest! ”
Le montagne per lui erano “… qualcosa d’inarrivabile, di non calpestabile”.
F: “Immaginale viste con gli occhi di un bambino, che già uscire dal mio quartiere mi sembrava di varcare le colonne d’Ercole. In più fotografate in questo modo, su una vecchia enciclopedia, in bianco e nero un po’ sgranato, il fascino arrivava a livelli altissimi. Inoltre tutto quello che potevi vedere era questa piccola immagine perché allora non si poteva cercare su internet. Quando anni dopo sono andato sul Cervino e per la prima volta l’ho visto da questa stessa visuale, io mi sono messo a piangere, esiste davvero mi sono detto. Poi le montagne le ho vissute appassionandomi di trekking e scalate e come tutte le cose che mi appassionano e mi piacciono, verso le quali subisco una fascinazione, è inevitabile che a un certo punto entrino nella pittura, nella mia arte. Così è successo con le montagne.”
“La prima montagna che ho dipinto è il K2 visto dal campo base della spedizione Desio.
“Per il primo anno e mezzo ne ho fatte diverse, la seconda è il monte Rosa, sempre preso da questa immagine qua. Prima ho usato una pittura abbastanza sintetica, poi sono andato più sul figurativo, ho conosciuto altre montagne alla cui forma mi sono affezionato, tipo il Chimborazo, che è la montagna più alta del mondo partendo dal centro della terra.”
“Ma stare troppo nel figurativo non aveva molto senso, mi sembrava una riproduzione un po’ fine a se stessa, così ho preso un paio di montagne che avevo dipinto tra cui il Monte Fuji (N.d.R. eccolo! Allora c’era veramente!) e le ho usate per mesi per esprimere i miei stati d’animo. Mentre dipingevo tutto il resto, le donne, facevo mostre, eccetera, queste due montagne stavano là per terra ed io ogni giorno ci facevo qualcosa, cancellavo toglievo raschiavo, aggiungevo; potevo aggiungere delle nuvole, della foschia, delle nuvole più chiare o più nere a seconda di cosa mi girava per la testa, di cosa accadeva nella mia vita. O magari andavo a liberare, ad aprire squarci di cielo sereno, un filo di luce. Che poi sono tutte le cose che mi colpiscono quando vado in montagna, perché il tempo cambia davvero in un attimo, soprattutto se cammini e vai verso l’alto. Magari stai dentro una tempesta e poco dopo la superi e ti ritrovi all’improvviso che c’è il sole e questo ti fa cambiare anche gli umori da un momento all’altro … È come una lotta tra la bellezza e l’inquietudine. Cerco sempre che non prevalga l’inquietudine perché dal mio punto di vista non ne vale la pena, però è bello quando ci sta, perché è bello superarla, è molto bello superarla, la trovo anche molto educativa come cosa. È questo principalmente il mio rapporto con la montagna e quello che cerco poi di trasporre sulla tela.”
Si Fabio è assolutamente questo: un’alternanza d’infanzia e età adulta, di rigore e libertà, di emozioni e materia. Non c’è disaccordo, non si avverte un contrasto, ma l’equilibrio tra le parti. L’adulto che prende per mano il bambino e facendosi guidare dalle sue emozioni lo aiuta a svelarsi nel mondo degli adulti. Non c’è imbarazzo nel parlare dei sui ricordi d’infanzia, non c’è nulla da nascondere per sembrare più uomo, anzi quell’uomo non ci sarebbe senza la sua parte infantile.
Le sue montagne sono la somma di tutto questo.
F: “È molto stratificata. Io posso metterci anche un giorno a dipingerla ma sarebbe finta. Penso che un minimo di sensibilità farebbe percepire che quella è solo la superficie, magari la vedi e dici “va beh, che ce vo’ ”. Io ci metto mesi. Parto da questo, dal disegno della montagna fatto da un bambino. Come la disegna la montagna il bambino? Ta – ta. (N.d.R. il suo è il gesto semplice di una piccola vetta a punta). Come prima cosa ci butto su il colore perché io ho un problema con il bianco, lavoro meglio a togliere lo sporco, a me il foglio bianco, la tela bianca mi inquieta.”
S: È come se avessero tanto bisogno di dire, probabilmente è tutto quello che tu ci metti dentro che è questo “dire”.
F: “So bene il vissuto che c’è dietro, anche per questo ne faccio poche, perché sono davvero figlie di una necessità mia. Sai? Il classico quadro che dipingi per te, perché non tutti i quadri li dipingo per me, nessuno dipinge tutti i quadri per se. Chi lo fa come lavoro … è una professione che amo, mi sento fortunato nonostante le difficoltà perché è un percorso molto complicato. E c’è grande necessità di autodisciplina perché se no ti perdi.”
Ai piedi di una sua montagna c’è una luce azzurra, che mi apre un mondo. “Quella è un laghetto” mi dice.
A me ricorda un cono di luce a teatro, è come se la montagna aspettasse il suo osservatore per essere ammirata da quel cono di luce.
F: “Ci volevo mettere il colore del lago di alta montagna, che è una roba indescrivibile, con l’aggiunta che ci arrivi dopo aver faticato, che è un’altra cosa che amo della montagna perché mi piace sudarmele le cose, e si poi me piace pure magnà. Quindi vuoi mette de magnatte un panino da mcdonald, oppure che te lo sei preparato la mattina con cura, l’hai già desiderato in quel momento ma invece di mangiarlo l’hai messo nello zaino, hai camminato per tre ore in salita, sei arrivato sopra soddisfatto, con quella stanchezza bella che ti senti il corpo che ti vibra e tiri fuori il panino e spesso pure una bottiglia di vino, perché non bisogna rinunciare a nessun piacere. I piaceri possono essere cumulativi.”
S: “… poi, se ti riesci a portare a casa queste sensazioni è tanta roba! Tornando ai quadri delle montagne, sono estremamente femminili, ecco perché stanno bene vicino alla tue donne. Non è la montagna massiccia sassosa che può essere nella realtà, i monti che mi hai fatto vedere prima hanno tanti spigoli, tante sfaccettature, che per carità anche le donne ce l’hanno. Queste sono montagne materne, accoglienti.”
F: “Aperta, femminile, accogliente … è come me!” ridiamo, perché Fabio è ironico e tra panini, birre e femminilità le risate non sono mancate.
S: “Anche nei colori stanno bene accostate: donne, mappe e montagne.”
F: “Quello è un tentativo di unire un po’ le due cose. Le mappe è un’altra cosa da cui nasce la mia passione per la montagna, per la geografia, per il territorio in generale. Ero un po’ nerd da bambino, ma nerd non con i videogiochi, io lo ero con i libri, ero appassionatissimo di geografia, di calcio, di disegno, io mi mangiavo gli atlanti e ci viaggiavo con la fantasia. La prima volta poi che da adulto ho visto un ghiacciaio, intellettualmente è stato bello, però esteticamente è stato un po’ una delusione perché per me il ghiacciaio è stato sempre quel disegnino bianco sfumato di azzurro per richiamare un po’ il ghiaccio su fondo marrone, così era rappresentato sulla mappa. Poi quando l’ho visto dal vivo, bellissimo, stupendo, emozionante, ok: questo è il Monte Bianco, ce l’ho qua davanti, mo’ ci rimango 8 ore, ok questo è l’Ortles … è questa è una birra! Però era un altro punto di vista, non che mi aspettassi di ritrovare la stessa cosa del disegnino, però quando sogni tanto una cosa e te la immagini per una vita, poi quando la raggiungi, la vedi, la realtà non può essere mai a livello dell’immaginazione, soprattutto quando l’immaginazione è prolungata per tanto tempo.”
S: “Quando ti sei accorto che nella realtà era diverso dalla tua immaginazione, qui nelle montagne, sei tornato nella tua immaginazione?”
F: “Questa è un’immaginazione del tutto mia. Non me le immaginavo così da bambino. Questa è una roba da adulto. C’ha poco a che vedere con il reale, non c’è nessun intento di riprodurre l’immagine vera di una montagna. Nasce quando ho cominciato a vomitarci roba, emozioni, belle e brutte, giornate di merda o giornate splendenti e vedevo che si creava tanta … si creavano strati, strati su strati, tra l’altro mi sembrava che si creava anche un qualcosa di molto reale, molto terreno, molto simile a ciò che è la terra… certo la terra ci mette milioni di anni, io due mesi, però mi piace questa similitudine nel processo, visto che sto dipingendo la terra, il terreno vero e proprio.”
S: “Ho visto dei video dove gratti via materia dalla superficie del quadro …”
F: “A volte gratto, ma neanche tantissimo, più che altro tolgo, smacchio, sia con l’acqua che con la spugna e viene via il colore, e poi uso gli sgrassatori: Chanteclair al limone. È bello perché spruzzo verso l’alto e poi vedo questo Chanteclair che cade … è molto emozionante, perché mi metto dal punto di vista in cui posso vedere bene questa specie di pioggerellina che scende, è come una pioggia un po’ corrosiva, molto più corrosiva rispetto all’acqua perché è uno sgrassatore, è chimico e a seconda di quanto aspetto prima di passare il panno asciutto per togliere, viene via più o meno il colore.”
S: “Quindi sei un alchemico?”
F: “Sono alchemico? Mmm si … a volte li ho messi anche sotto la pioggia. Sapendo che non era una buona idea dal punto di vista del risultato estetico, però era troppo bello. Ricordo che a casa vecchia stavo a combatte con questa montagna, ad un certo punto ha iniziato a piovere, una pioggia bellissima, di fine estate, poi c’avevo il giardino con il tavolo e tra l’altro c’era pure da due mesi una rosa secca su questo tavolo che non so come c’era andata a finire, sembrava un pegno d’amore. Una mattina mi sono trovato con questa rosa con il gambo leggermente ricurvo sul tavolo e l’ho lasciata là, non l’ho neanche toccata. Dopo due mesi stava ancora là sul tavolo e prendeva pioggia e io c’ho poggiato il quadro e ha cominciato a prendere pioggia pure lui. Quel momento è stato bellissimo! Il quadro però si è distrutto perché si è completamente sciolto. Però poi l’ho ripreso, non ricordo, forse è uno di questi.”
S: “C’hai ricominciato a lavorare sopra?”
F: “Si, perché tanto non mi convinceva. Con la pittura delle montagne penso che c’ho i ricordi più romantici degli ultimi anni e quelli in cui più di tutti ho risentito un certo tipo di sensazione che provavo nei primi anni in cui dipingevo, che poi è quella che mi ha fatto davvero innamorare della pittura e mi ha fatto pensare che io avrei fatto sempre questa cosa, che è quella sensazione estrema di vitalità, di passione, di fuoco interiore, quella roba che dici … vado a dormire perché sono stanco, ma io non vedo l’ora di svegliarmi perché devo continuare a fare questa cosa e non me ne frega nulla di quello che succede fuori, o che andate a ballare, a fare questo e quello. Poi a casa vecchia c’avevo anche il camino, certe sere accendevo il fuoco, mi mettevo con questo cavalletto, perché nell’ultima fase della pittura delle montagne … io lavoro in orizzontale, ma nell’ultima fase lavoro in verticale su un cavalletto, perché vado a fare i ritocchini, sistemo tutte le sfumature, dal bianco, al buio, al nero, a questi colori.”
S: “Anche queste colature?”
F: “No le colature ci stanno dall’inizio e sono tante, poi scelgo quali tenere, neanche me le ricordo. Quella è una fase molto bella, quella del ritocco finale. E mi ricordo queste serate, queste nottate passate tra camino, gatti, cavalletto, io che dipingo, un po’ di vino, due bruschette …”
S: “…c’è il camino! Quindi la luce la dai alla fine?”
F: “Si. C’è già prima, cioè è predisposto che ci sarà, però è alla fine che esce fuori. In realtà tutti i miei quadri escono fuori alla fine, anche le donne.”
S: “La luce forse è l’aspetto più magico che hanno.”
F: “La luce o il buio dipende cosa vedi, lavorano l’una con l’altro.”
S: “Che poi bianche così .. nella mia testa la montagna, una cima bianca è il momento in cui è innevata, eppure io non sento la neve qui, non è una sensazione di freddo, di neve o di ghiacciaio, è luce.”
F: “Il punto è che sono talmente irreali, nel senso che dal punto di vista visivo estetico sono sbagliate, perché questi sono dei notturni, ma il bianco lo vedi come lo vedi di giorno. Parlando della montagna innevata, se tu la guardi di notte, tu lo riconosci che è bianco perché lo sai, perché il tuo cervello ha questa informazione, ma se togli questa cosa e ti chiedi che colore è quello, non è affatto bianco, ma manco grigio, a volte è blu scuro o magari è soltanto un nero più chiaro e dici … “ah la neve”, come quando guardi le nuvole di notte, che sono bianche? No. E quindi sono totalmente sbagliati, per così dire, sono irreali, sono fatti apposta. Mi piace dire che sono sbagliati, si mi piace, sono sbagliati e va bene così”
In questi suoi quadri sbagliati c’è tutto il lasciarsi andare che serve per ritrovarsi.
F: “Nasce come il concetto di montagna, ma poi diventa davvero qualsiasi altra cosa, diventa soltanto un lavoro su me stesso: si, sull’emotività, anche perché io non lavoro in questo modo. Il mio lavoro è molto regolare, molto figlio del metodo. C’è il lavoro delle donne con tutte queste cartoline, tutte accostate, che è mio al 100% nel senso che io c’ho questa parte così, metodica, precisa, simmetrica e non a caso poi mi metto a fare tutti questi lavori in cui ci sono tutte queste cartoline, in cui vado in fissa con gli spostamenti, le griglie, l’equilibrio cromatico, compositivo, in cui tutto è molto studiato. Chiaro poi che quando dipingo c’è quella parte libera, però sempre fino ad un certo punto perché devo rimanere nei canali del figurativo e mi piace tantissimo perché appaga una parte importante di me, quella simmetrica. Però io poi devo sfogà e allora sfogo così!” (N.d.R. nelle montagne!)
S: “Comunque sfoghi in un modo dolce e non aggressivo.”
F: “Sono assolutamente due parti di me e due miei modi di lavorare, mi piacciono entrambi. Molte persone hanno acquistato donne e montagne insieme e questa per me è la massima sintesi della mia produzione, perché ci sono entrambe i modi in cui io lavoro, sono questi al 100% in questo momento e da anni, poi magari cambieranno esteticamente, però dal punto di vista interiore, dal punto di vista del metodo io sono proprio così. C’ho bisogno di precisione, metodo, autodisciplina perché è necessaria perché se no te perdi, ma fino ad un certo punto, perché io c’ho bisogno pure di liberare. Ecco, mi stai facendo venire voglia di dipingere una montagna, sono mesi che non ne dipingo una! Vattene ….”
S: “Hai visto e daje! Ora vado via.”
E torniamo a sdrammatizzare e ridere, perché Fabio è così: serietà e goliardia, linguaggio attento e romanità verace.
S: “I tuoi quadri possono essere diversi tra loro, ma non raccontano di personalità diverse, rivelano la stessa anima, ecco perché li comprano insieme: sono uniti nei colori e nella femminilità.”
F: “Tante persone sono venute qui in studio conoscendo i miei quadri di donne, con l’intenzione di acquistarne uno o due per la casa, e qua per la prima volta hanno conosciuto e visto quest’altro tipo di lavori e poi hanno preso anche le montagne. Perché li vedi vicini e stanno così bene insieme. A me fa tantissimo piacere, perché è una roba completa. Io sono contentissimo quando vengono apprezzate e acquistate le montagne, sarà perché ne ho fatte molte di meno, sarà perché alla vendita delle donne ci sono più abituato da anni, perché le montagne le considero la parte più intima e riservata di me.”
Improvvisamente liberiamo una montagna da una bella cornice, perfetta, ma non adatta a lei. Dal racconto di Fabio emerge un tale dialogo tra le sue opere e al tempo stesso una tale diversità che si evidenzia ancor di più nel tenerle da una parte libere, le montagne e dall’altra incorniciate, le donne. Un dialogo strutturale tra due mondi.
Torno a pensare alla stratificazione e le capisco ancora di più. A questo punto rifletto sul processo creativo: nelle sue donne può durare un tempo x, però è lineare e va da A a Z, invece qui, nelle montagne, si avverte un processo che torna e ritorna.
F: “Si faccio avanti e indietro, ci sono momenti in cui può essere tranquillamente finito, poi il giorno dopo magari mi rode e comincio a buttarci roba sopra, ma lo faccio perché ho fiducia, ho molta fiducia, non è che penso “ah! voglio distruggerlo”, penso oggi c’ho bisogno di gettare tanta roba su questa tela che comunque mi soddisfa, però c’ho voglia di gettarci roba sopra e con fiducia vedere cosa succede. Spesso succede un po’ un disastro. Però mi piace ripartire da quel disastro, perché essendo molto astratte, fondamentalmente ti danno la libertà di vedere quello che vuoi, di rimanere affascinato dalla macchia, da una mancanza, da una forma incomprensibile, da un equilibrio strano. Cioè mi piace perché non so neanche spiegare in che modo procedo, perché procedo al 100% d’istinto. È un bellissimo lavoro di contatto con me stesso, di libertà di vedere ed è una cosa molto importante sentirsi liberi di osservare, liberi da condizionamenti, da strutture. Però è tutto vero!”
… e si vede e si sente!
S: “Un’altra cosa che ci vedo tanto e ho fatto un viaggio, è una costellazione.”
F: “Forse quei puntini, possono quasi richiamare … A volte lascio degli schizzettini bianchi, anche minuscoli, nel cielo. Cerco di rimanere entro quel confine in cui non sembri un cielo stellato ma quel qualcosa che non sembri qualcosa di fisso, ma qualcosa che magari si sta muovendo nell’aria, cosa non so.”
S: “Corpuscoli.”
F: “Si, pulviscoli.”
S: “Lì c’è un’alba, ci vedo un’alba che sta nascendo.”
F: “Sta nascendo.”
S: “Lì, ci vedo la donna sdraiata. Quando arriva il momento che senti che è finita?”
F: “Quando se la comprano?”
S: “Cioè queste appese, saresti in grado di prenderle e ricominciarci a lavorare sopra?”
F: “Si, questa sicuramente lo farò.”
S: “E perché?”
F: “Perché mi va.”
S: “Senti che c’è qualcosa dove devi mettere ancora mano?”
F: “A volte più a volte meno, sono consapevole che non c’è una fine fissa. Picasso diceva qualcosa tipo “il giorno che dirò di aver finito un quadro sarò finito io” o qualcosa del genere. Se ci pensi, che cosa vuol dire finito? Finito è quando non ci posso più mettere mano, e quando non ci posso mettere più mano? Quando non è più mio, cioè quando se lo comprano, oppure quando lo regalo. Tranne rarissime eccezioni in cui sono colto da grande innamoramento e quindi fin quando sono innamorato di quel quadro e quel quadro sta con me, io non lo tocco perché non bisogna cercare di cambiare la persona amata, bisogna amarla così com’è … quanto vende questa frase?”
Mi spiazza, ridiamo! Niente, proprio non riesce a restare serio, ma va bene così!
F: “Questa mi soddisfa meno, c’ha troppo marrone, il bianco esce meno fuori, ma è una tribolazione questo quadro. Si, questo bianco non è tanto bianco, soprattutto qua scendendo, vedi questo com’è più bianco, è più freddo, crea più contrasto con il calore che c’è all’interno e soprattutto potrei far scendere un po’ di annuvolamento qua, o far salire un po’ di nero, è troppo piatta questa parte …”
S: “Quanto tempo hanno queste?” (N.d.R. Già, mi ritrovo a chiedere, non più quando le hai realizzate, ma: “quanto tempo hanno” …)
F: “Queste due sono dell’ultimo anno, questa un po’ prima e questa del settembre 2022, questa è proprio frutto di un’esperienza.”
S: “In che senso?”
F: “È legata ad una persona, ad una persona in qualche modo cara con cui in quel periodo avevo condiviso due giorni proprio in montagna, e che mi parlò di un vecchio cartone animato … in cui c’era un aeroplanino che portava la posta su una montagna delle Ande, l’Aconcagua, in Sud Americana. Era un aeroplanino con gli occhi e parlava, e lei mi raccontò di questo cartone animato degli anni ’40 o giù di lì, e io sono appassionato della Disney e pure collezionista ma non l’avevo mai visto e dopo quei due giorni insieme mi ricordo che sono tornato qua in studio, mi sono chiuso e mentre guardavo per la prima volta questo cartone animato che poi era un corto, durava 20 minuti, mi sono messo a disegnare questa montagna così come la vedevo comparire nel cartone e poi c’ho messo sopra tutte le sensazioni legate a quell’esperienza appena condivisa e l’ho chiamata “Aconcagua. La montagna che resiste”.”
S: “Perché?”
F: “Perché in quel momento sentivo che in qualche modo quel legame con quella persona era resistito negli anni… e tra l’altro ora sta diventando la montagna che resiste perché questa è la montagna più vecchia che ho qua in studio, forse non viene acquistata perché è troppo scura, non lo so. Però potrebbe diventare ad una certa la seconda opera che decido che è mia e fine, la tolgo dalla vendita.”
S: “Beh, visto il pregresso un pensiero lo farei.”
F: “Si, non se lo merita però.”
S: “Forse, è questo colore molto freddo che rispetto alle altre che hanno questi punti di marrone, che danno calore, beh lì devi essere proprio attratto da lei, da questa montagna.”
F: “… eh lo so però c’era tanta profondità, tanta intimità ma … parlo proprio di quei giorni, c’era, non freddezza, ma una specie di velo di gelo in qualche modo, non gelo brutto, tutt’altro, ma un gelo forse inevitabile date le circostanze di quel momento. Erano dei ricordi veri … fine.”
S: “Basta. Un’ora di registrazione, io sono soddisfatta.”
In quell’istante la nebbia delle montagne è scesa nello studio, sentivo che avevo toccato profondità più grandi di me, avevo appena spostato il telo. Ma, ne è valsa la pena. Credo che le montagne hanno ancora molto da dire e chi se le ritroverà in casa avrà pagine di un diario nascoste sotto la terra, un testo che non potrà essere letto, né librarsi al vento, ma che mescolerà in se il suo tesoro di ricordi ed emozioni. Resterà sempre un filo rosso tra le montagne e Fabio.
Il silenzio che si era creato nello studio, è stato rotto dalla montagna con il laghetto (o il cono di luce) che stava scivolando dal muro. Siamo corsi in suo soccorso, in quell’istante tutto il peso che avvertivo nel guardarle è apparso leggero e fragile, bisognoso di cure e spazio.
Di nuovo un contrasto.
Di nuovo ingredienti che si mescolano.
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