10 anni, 10 giorni, 10 opere
Il 30 agosto 2016 ci fu un movimento di terre che, dopo quello del 24 agosto, formò i due grandi epicentri di quello che di lì a poco fu definito “cratere”.
Un sisma che colpì 140 Comuni (non ho trovato da nessuna parte il numero delle frazioni, eppure hanno nomi, case, abitanti), 4 Regioni, circa 600.000 residenti (e i non residenti?).
Forse solo il temine “cratere”, con cui è stata definita l’area, poteva rappresentare i circa 8.000 mq interessati da oltre due mesi di sisma, una voragine senza fondo.
Ricostruzione? Una parola che fece paura fin dall’inizio.
Per tre anni dal mio post laurea seguii corsi di specializzazione sulla “lettura dei quadri fessurativi negli edifici”, anche il sisma ne è una concausa e ascoltai una frase che fa’ male, ma è una dura verità: “Ogni sisma è un laboratorio.”. Si studiano e poi si mettono in pratica azioni di consolidamento e ricostruzione che purtroppo solo il sisma successivo può veramente verificare. Anche l’apparato normativo non trova pace, ogni volta si rimette in discussione tutto per adeguarlo al luogo e alle azioni da fare.
Forse l’Italia è davvero un territorio così frammentato, da meritare continui adeguamenti.
Forse in situazioni diverse i luoghi interessati erano più circoscritti?
Forse una serie di concause: gli anni del COVID, il 110 che ha allontanato le ditte, le nuove pianificazioni urbanistiche, iniziate e ricominciate perché “questa è una grande occasione” (ho rabbrividito nel sentire questa frase, usata in termini urbanistici, durante una conferenza per il decennale) e poi la forte azione burocratica di regolarizzazione edilizia.
Fatto sta che siamo a dieci anni di radici al sole!
Dopo le prime guerre contro chi installava casette di legno pur di non muoversi da quelle terre, dopo lotte tra il valore di una prima o seconda casa, oggi si iniziano a vedere accenni di ricostruzione. Case belle e finite, che contrastano con strade e piazze ancora divelte e dirimpettai lacerati, pieni di erbe infestanti.
L’attenzione mediatica sempre a singhiozzo, tra SAE difficili da vivere ogni giorno.
In dieci anni molti lottatori coraggiosi sono andati via, per sempre, da quelle terre, molti hanno cercato un modo di reinventarsi, altri sono nati ascoltando ricordi di luoghi che non esistono più.
Oggi proteggiamo monumenti che sono nati attraverso lo spoglio di altri: quasi fossero mattoncini Lego, i pezzi costruttivi passavano da architettura ad architettura: capitelli, colonne, conci di pietra, architravi di marmo.
Oggi non facciamo avvicinare proprietari alle loro case in attesa di ridefinire, posizione, confini, altezze, in un com’era dov’era che domina a seconda dei casi.
Terre ferme immobilizzate.
Ma fin qui abbiamo parlato solo di freddi muri, ma alla pelle umana chi ci pensa? Il trauma psicologico protratto negli anni chi lo attenziona? Quella pelle è diventata il muro di gomma che in questi casi tutto può attutire? O è l’anima vera di quei luoghi?
Il rapporto con le macerie non è solo con quelle fisiche ma soprattutto, dopo dieci anni, con quelle psicologiche, sottovalutate forse, ma che perdurano nel tempo, anche là dove si potrebbe ricominciare a vivere. Quelle teorie urbanistiche sono nulla purtroppo se non ricostruiscono un’identità.
Il tanto tempo trascorso ha creato uno scollamento da quelle terre, generalizzato e generazionale. Non poche le associazioni nate per difendere quei territori con i loro fortini di roulotte, tende e casette mobili. Facendo un giro, oggi, ci si accorge di cantieri operosi tra lande desolate, post belliche e la domanda che emerge sempre più forte è: “Chi vivrà quei luoghi ricostruiti se oramai la gran parte delle persone non c’è più?”.
Ma veramente non c’è più? Tra morti e allontanati volontariamente verso altri lidi più sicuri, tanti non ci sono più, è vero, e non vanno assolutamente giudicati. Ma quelle terre hanno anche la grande capacità di saper tramandare ai piccoli semi nati negli anni, l’amore per la terra, a prescindere dal suo aspetto superficiale; loro sono lì, piantati, in attesa dell’evento in grado di riattivarli.
Lo scorso luglio 2026, per dieci giorni, nel territorio di Amatrice è arrivato Terremosse: un movimento che ha spostato 300 ragazzi da tutto il mondo, per lo più architetti e designer. Un defibrillatore per i semi!
Mani operose che sono affondate nella terra e nei cuori.
Non si sono inseriti nel tema della ricostruzione, troppo affollato e oramai carico di burocrazia e filosofia da trattato universitario (almeno per me).
Loro sono arrivati come l’oro sulla crepa, kintsugi, hanno riconnesso le macerie dei ricordi a quelle delle azioni.
I protagonisti delle loro opere non erano chiese, case, strade, ma il vero pilastro di un territorio, vivo solo grazie a loro: i desideri della popolazione. Hanno interpretato i sogni che tengono ancora vivi quei luoghi (che solo a guardarli ancora contorcono stomaci) ed hanno dato vita a dieci opere architettoniche di auto costruzione.
Forse hanno ricreato quello che c’era una volta: la comunità, fatta di chi costruisce e di chi prepara il piatto caldo e porta il caffè, fatto di festa alla fine della costruzione, fatto di scambi di esperienze. Tra quei 300 ragazzi c’era chi aveva vissuto terremoti in altri luoghi, le anime si sono toccate creando connessioni, solo attraverso queste ci si sente meno soli e si trova la forza di andare avanti. Radici che nutrono radici, mani che si sorreggono.
Dieci giorni sono una puntina in dieci anni, ma sono la dimostrazione potente di cosa si può fare con poco, in poco, tra le anse normative dov’è tutto ristagna.
Quando l’evento era oramai finito sono stata a vedere alcune delle dieci opere realizzate. Mi sono interrogata sul valore che l’arte e un’architettura vera e più spontanea può dare a nostri territori. Se come in tutti i terromoti-laboratorio, anche queste occasioni possono rappresentare azioni fondamentali da mettere in atto sempre, per evitare lo scollamento identitario delle vecchie radici, per far sì che i semi continuino a germogliare.
Ho contattato Terremosse e ringrazio Giulia e Letizia per avermi raccontato questa loro esperienza.
Il mio augurio per loro è di continuare a muovere le terre dello spirito, perché a quelle tettoniche ci penserà sempre Gea.
Grazie ragazze!
Qui troverete l’intervista completa.
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